COMITATO SCIENTIFICO PER LA SALUTE
LONGOBARDI
 
 
Oggetto: Inquinamento e salute
 
   Il "Comitato Scientifico per la Salute", nato con lo scopo di
divulgare nozioni pratiche, semplici e necessarie per il mantenimento
della salute, in seguito a recenti notizie diffuse dalla televisione e
dai giornali su presunti (o certi) inquinamenti ambientali in
Calabria, sente il dovere di affrontare in maniera semplice e chiara
il tema, invitando tutti ad adottare uno stile vita più responsabile e
consono alle necessità contingenti. Tutti, cominciando dal nostro
piccolo, dobbiamo impegnarci per arginare un problema che potrebbe
diventare una catastrofe se non si interviene in maniera drastica e veloce.
   
    Recentemente, precisamente il 27 agosto 2009, il settimanale
"l’Espresso" ha pubblicato un articolo intitolato "Calabria al veleno"
nel quale viene presentata una situazione di degrado e di
contaminazione ambientale abbastanza preoccupante specialmente per le
nostre zone (Amantea, San Pietro in Amantea, Aiello e Serra d’Aiello).
I risultati presentati dagli investigatori, incaricati delle perizie
sul territorio, hanno certificato la presenza di svariate sostanze
tossiche, tra cui i policlorobifenili (PCB), che hanno caratteristiche
tossicologiche analoghe alle diossine, e tracce di Cesio 137, quello
stesso radionuclide che era fuoriuscito dalla centrale nucleare di Chernobyl.
   Queste notizie ci rattristano e ci allarmano.
 
   Ci sembra di non ravvisare, a nessun livello, segnali di
obiettività, di collaborazione ed anche di voglia di venire a capo
della verità. Le inchieste diventano lunghe, lunghissime, a rischio
della vita. Passano decine di anni prima che si venga a capo di una
qualche verità che, però, viene subito contestata e… ricominciano le
inchieste con la speranza di poter insabbiare i problemi.
   Ma ci sembra anche che noi, nel nostro piccolo, facciamo poco o
niente per difenderci da tutti i tipi e i tentativi di inquinamento.
Questo inquinamento sta minando seriamente la nostra salute e sarà una
minaccia sempre più grave per il futuro dei nostri figli e dei nostri nipoti.
 
   Vogliamo volgere l’attenzione, solo per un attimo, alle dannose
conseguenze della mancata raccolta differenziata dei rifiuti, che ci
fa convivere giornalmente con cumuli di spazzatura contenenti
materiale sintetico, plastica, gomme o altro. Vogliamo pensare ad
immaginare dove finisce tutto questo materiale quando non lo vediamo
più nelle strade? 
   Vogliamo pensare a quante volte vediamo nuvole di
fumo maleodorante che ci indicano chiaramente che il materiale
bruciato dai contadini non è soltanto erba o residuo del campo?
   Dovremmo riflettere un poco di più sui nostri comportamenti e
documentarci sufficientemente per poter stabilire una linea di
condotta civile che ci consenta di dare il nostro piccolo contributo
per la salvaguardia dell’ambiente.
   Per offrire a quanti lo desiderano una possibilità di
approfondimento, inseriamo, qui di seguito, uno studio sull’argomento
in oggetto preparato dal Prof. Antonio Malorni, componente di questo
Comitato, che ha per titolo: 
AMBIENTE, COMBUSTIONE E DIOSSINE
 
Malgrado le campagne allarmistiche condotte dai mass media
sull'emergenza diossine, malgrado tutte le informazioni
scientificamente corrette, che con tempestività sono state diffuse
anche dall'Istituto di Scienza dell'Alimentazione del CNR di Avellino,
in relazione all'insana abitudine di dare fuoco ai cumuli di
spazzatura, i comportamenti irresponsabili di cittadini non sono
cessati e molto spesso si vedono nuvole di fumo nero alzarsi nel cielo
con una allarmante frequenza.
   Di fronte a cumuli di spazzatura o di rifiuti contenente
plastica, gomme dismesse o altro materiale sintetico, l'ignoranza fa
pensare che dando fuoco si distrugga un potenziale pericolo di
supposte "epidemie". Niente di più sbagliato. Incendiando quello che
offende esclusivamente la vista e che è senza pericolo per la salute
si creano veleni che non si vedono, non si percepiscono con i nostri
sensi ma che persistono a lungo nell'ambiente, accumulandosi nella
catena alimentare fino a poter mettere in crisi, oltre che la salute
generale, anche l'economia di una zona. Mi riferisco, ovviamente,
alle diossine.
 
Ma che cosa sono queste diossine?
Con il termine generico di diossine sono indicate normalmente
ben 210 sostanze chimiche diverse, chiamate congeneri, di cui 75
appartenenti alla famiglia delle policlorodibenzo-p-diossine (PCDD) e
135 appartenenti alla famiglia dei policlorodibenzo-furani (PCDF). A
questi congeneri bisogna poi aggiungerne altri 209 appartenenti alla
famiglia dei policloro-bifenili (PCB), che sono stati prodotti
industrialmente in grande quantità a differenza delle diossine che
sono, invece, prodotti indesiderati di alcuni processi industriali,
quali la manifattura di composti organoclorurati (pesticidi, ecc.) e
alcune produzioni chimiche (CVM, PVC, clorosoda, etc.), oltre che di
attività antropiche, quali la combustione di rifiuti (municipali,
pericolosi, medicinali, industriali, fanghi di depurazione, etc.) e di
materiali organici (petrolio, legno, gomma, carbone, etc.), le
combustioni all’aperto, quelle domestiche e quelle delle caldaie
industriali.
 
    Diossine e PCB sono sostanze organiche molto stabili e presenti
ubiquitariamente in tutto il mondo. Le diossine, però, a differenza
dei PCB sono preesistenti nell'ambiente alla vita animale, cioè la
vita animale si è sviluppata in un ambiente che già conteneva PCDD e
PCDF. Infatti, le diossine sono contenute anche in diverse rocce
sedimentarie, come il caolino e l'argilla, dove possono essere
presenti in quantità apprezzabili. Ad esempio nel caolino americano,
in cui sono state fatte ampie misurazioni, il livello di diossine
(somma di PCDD e PCDF) è mediamente di circa 200 microgrammi di
tossicità equivalente per grammo di peso secco di minerale. Cioè, in
un grammo caolino, almeno quello americano, è presente una quantità
totale di diossine di 200 milioni di volte in più rispetto a quella
presente in un grammo di mozzarella di bufala campana con il marchio
del consorzio di tutela. Che le diossine ci siano in questi minerali
non ci da alcun fastidio purchè vi restino confinate e non vadano a
contaminare la catena alimentare come è accaduto con le diossine
emesse a seguito di attività industriali e antropiche e come accade
ancora per le diossine emesse a seguito di incendi criminali di
materiali quali gomme di automobili, plastica, eccetera. Le diossine,
quindi, sono naturalmente presenti in tracce anche nel terreno e
nell'erba. Ad esempio, grazie ad una raccolta di campioni di terra e
di erba conservati fin dal 1846 presso la Rothamsted Agricultural
Experiment Station, è stato possibile dimostrare che le diossine erano
presenti in queste matrici ambientali già prima dell'avvento della
sintesi industriale di cloroderivati organici e dell'uso di pesticidi
organoclorurati. E' stato dimostrato che il loro livello si è
mantenuto costante per molti decenni, passando nel suolo dal valore in
picogrammi per grammo da 31 nel 1893 a 92 nel 1986. Parimenti, la
concentrazione di diossine nell'erba è passata dai 21 picogrammi per
grammo nel 1860 ai 310 picogrammi per grammo nel 1993 [L. Kjeller et
al. "Increases in the polychlorinated dibenzo-p-dioxin and -furan
content of soils and vegetation since the 1840s". Environ. Sci.
Technol. 25:1619 (1991)]. Misure recenti, sempre su campioni di
matrici ambientali della stessa zona, hanno dimostrato che il livello
di tossicità equivalente di diossine, in conseguenza del cambiamento
nel tipo di emissione nel tempo, è diminuito passando da un valore di
2.4 picogrammi di tossicità equivalente per grammo nel 1903 a 0.11
picogrammi di tossicità equivalente nel 2003-2004. Infatti, tra
l'inizio e la fine del XX secolo si è passati da una emissione dovuta
principalmente alla combustione di legna (combustione incompleta con
formazione di diossine a basso numero di atomi di cloro) ad una
emissione dovuta sostanzialmente a combustioni di altre sostanze (gas,
derivati del petrolio, ecc.) con formazione prevalente di PCDD e PCDF
con otto atomi di cloro per molecola, la cui tossicità equivalente è
diecimila volte più bassa della diossina di Seveso [A. Hassanin et al.
"Reductions and changing patterns of ambient PCDD/Fs in the UK:
Evidence and implications". Chemosphere 65:530 (2006)]. Questo
andamento temporale, che non viene mai sufficientemente illustrato e
perciò ho deciso di citare le fonti scientifiche perchè ognuno possa
verificare, è stato evidenziato anche da studi su sedimenti lacustri,
fluviali e marini, provenienti da diverse parti del mondo, e da studi
su alimenti conservati da vari decenni. Ciò significa che le diossine,
anche se con distribuzione diversa tra i vari congeneri, sono state
sempre presenti nella catena alimentare ma, si badi bene, a livello di
tracce. Quindi le potremmo considerare per certi aspetti alla stregua
degli oligoelementi, che svolgono importantissime funzioni biologiche
a livello di tracce mentre possono essere estremamente tossici a dosi
massive.
   Le diossine, quindi, non sfuggono all'assioma di Paracelso, che
dice: “omnia venenum sunt: nec sine venenum quicquam existit. Dosis
sola facit ut venenum non sit”, volgarizzato in “è la dose che fa il
veleno”. C'è una quantità di diossine, una "bassa dose", non ancora
definita, che è tollerata durante lo svolgimento della normale
attività della cellula animale e umana; superandola scatta, come per
ogni altra sostanza, il suo effetto tossico di cui ci accorgiamo,
purtroppo, sempre troppo tardi.
   La pericolosità biologica delle diossine risiede nel fatto che,
essendo molecole molto stabili e persistenti e accumulandosi
principalmente nei tessuti grassi animali, esse vengono trasferite
nella catena alimentare producendo un fenomeno di accumulo nella zona
terminale della catena stessa nella quale si trova l'uomo. Ciò
determina i problemi di tossicità. Per questo motivo l'attenzione deve
essere rivolta essenzialmente all'interruzione dell'accumulo di queste
sostanze lungo la catena alimentare e, quindi, è essenziale che i
livelli di diossina nell'ambiente non siano incrementati da inutili e
dannosi fuochi di ciò che pensiamo ci dia fastidio.
   L'invito, quindi, è quello di evitare assolutamente di aumentare
i livelli di diossine nell'ambiente attraverso roghi di ogni tipo. Ne
va della nostra salute non solo ma soprattutto quella dei nostri figli
e nipoti.
 
Prof. Antonio Malorni
 
Scienziato, già Direttore dell'Istituto di Scienze dell'Alimentazione del CNR di Avellino
22.09.2009
 
   Il contenuto scientifico di questo studio ci fa chiaramente
capire che anche dai nostri comportamenti dipende la qualità dell’ambiente.
   Certamente, nel nostro piccolo, non possiamo contrastare l’opera
distruttiva e cieca della sistematica contaminazione ambientale
effettuata dalla malavita per motivi puramente di lucro ma possiamo,
con i nostri sensati e ragionevoli comportamenti, evitare di aggravare
una situazione già grave.
 
 
Diamoci delle regole e pretendiamole dalle amministrazioni comunali e
dal nostro governo. Non possiamo accettare che , mentre i “ grandi “
decidano cosa fare o inizino a prendere delle decisioni, i calabresi
debbano continuare a morire di leucemie e di cancri.
Noi difendiamo il nostro diritto alla salute e quello dei nostri
figli e dei nostri nipoti.